Rappresentanza di genere “dietro le quinte”. EquALL in conversazione con Equaly.
Parlare di cultura, musica e rappresentanza nei media quando si affronta il tema della rappresentanza di genere può sembrare secondario. Ma i media non si limitano a raccontare ciò che accade: plasmano il modo in cui comprendiamo il mondo, influenzano le percezioni collettive, costruiscono immagini, modelli e narrazioni. Anche la musica, parte integrante della nostra cultura, svolge un ruolo cruciale in questo senso. Infatti, proprio alla musica e alla tematica dei manels abbiamo dedicato un intero episodio di Quota Zero – il podcast Menomanels . L’episodio ha visto la partecipazione della cantautrice Giulia Mei che ci ha raccontato cosa significhi affermarsi come artista in un’industria che ancora oggi spesso giudica ancora prima di ascoltare. Passando dal suo brano “Bandiera“, diventato simbolo di libertà, abbiamo parlato di arte, voce, resistenza e autodeterminazione.

A margine di quest’episodio, abbiamo scelto di confrontarci collettivamente con Francesca Barone, Josie Cipolletta, Sara Colantonio, Irene Tiberi e Lucia Stacchiotti di Equaly (d’ora in avanti indicata con le iniziali “EQ”) – realtà impegnata da anni nella promozione della parità di genere nel settore musicale – per approfondire questioni centrali come la violenza sistemica, le disparità nei ruoli creativi e tecnici, e il rischio di pinkwashing in eventi e iniziative culturali che, spesso, ostacolano un cambiamento reale nel settore.
Nonostante gli sforzi per promuovere la parità di genere, il settore musicale italiano continua a presentare disparità significative. In un vostro articolo recente, segnalavate che la percentuale di artiste soliste è scesa dal 17,65% nel 2022 al 15,60% nel 2023, mentre la presenza di band con almeno una donna ha mostrato un lieve miglioramento. Tuttavia, questi numeri restano preoccupanti: all’epoca contavate infatti ben 9 festival senza alcuna artista solista, e altri 6 con la presenza di una sola artista. Quali sono oggi le principali disparità di genere nel settore musicale? In quali ambiti – dalla composizione alla produzione, fino alla visibilità artistica – queste disuguaglianze si manifestano in modo più evidente?
EQ: È da quando abbiamo fondato Equaly che sappiamo di dover avere dati a supporto di quanto per noi è sempre stato evidente. Contare e analizzare i numeri è fondamentale per portare alla luce in maniera chiara e innegabile che nel nostro settore (e non solo) abbiamo un grosso problema di rappresentanza e di distribuzione delle opportunità di lavoro. È particolarmente importante perché, troppo spesso, la conversazione si riduce al fatto che la rappresentanza sia una questione di supposto talento, mentre invece ci sono tantissimi fattori che, durante la vita di una donna, inficiano la sua carriera artistica. I numeri sono scoraggianti in ogni ambito, purtroppo, come dimostrano le nostre analisi sulle line-up dei festival sopra citate (a breve pubblicheremo quelle relative al 2024) e anche nelle classifiche. Per approfondimenti, rimandiamo al nostro blog.
Se dovessimo concentrarci strettamente sugli ambiti più problematici per quanto riguarda i mestieri creativi, allora dovremmo piuttosto parlare di composizione e scrittura, che si intersecano con la produzione, aspetto ormai imprescindibile per chi fa musica. In generale, dovremmo poi volgere lo sguardo anche sui mestieri cosiddetti “tecnici” e quindi, oltre alla produzione, anche ai ruoli di foniche, rigger, backliner ecc. Questi sono ruoli fortemente sbilanciati in favore di una presenza maschile. Nel 2024 abbiamo lanciato Safe&Loud, un progetto di formazione gratuita rivolta alle persone che lavorano o che vogliono lavorare nel settore dei live, e quest’anno la porteremo a Vicenza il 29 giugno. Inoltre, stiamo lavorando a un progetto per autrici e producer che annunceremo entro la fine del 2025.
Negli ultimi anni si è assistito a una crescita di eventi, festival e iniziative che si dichiarano attente alla parità di genere, alla rappresentanza e alla diversità. Tuttavia, non di rado queste stesse realtà mancano di politiche concrete o presentano programmazioni fortemente sbilanciate. Come si può distinguere tra reale impegno e semplice pinkwashing? Quali criteri possono aiutarci a valutare la coerenza tra comunicazione e pratiche effettive nel mondo culturale?
EQ: Sicuramente il fattore economico è il primo a creare dei contorni nebulosi. Molte aziende o festival cavalcano la possibilità di partecipare a bandi o ricevere fondi se si impegnano nella parità di genere. Addirittura, a livello istituzionale, abbiamo persino visto nascere una certificazione in tal senso. Se l’interesse verso la parità di genere è finalizzato a raggiungere un obiettivo diverso da quello insito nel concetto stesso, come finanziamenti, sgravi fiscali, bollini o notorietà, allora abbiamo già una prima perplessità da attenzionare. Un criterio potrebbe essere quello di prestare attenzione alla partecipazione, se ci sono cioè persone di generi diversi, di provenienza diversa, se c’è, in sostanza, una rappresentazione ampia che possa restituire la complessità umana, dando voce a punti di vista diversi.
Nel nostro caso specifico, in merito alle attività che portiamo avanti, cerchiamo di prestare attenzione al contesto. Ad esempio, se ci invitano a un festival per un incontro sul gender gap, prima verifichiamo che le line-up siano bilanciate (e nella maggior parte dei casi purtroppo non si raggiunge mai il 50% di donne o persone di generi sottorappresentati) e se ci sono poche donne lo facciamo presente, anche facendo pressione, se necessario. Nel caso invece della formazione o delle consulenze, chiamiamo sempre professioniste a partecipare tenendo sempre presente un punto di vista intersezionale. Lo facciamo sia per dare loro maggiori opportunità, ma anche e soprattutto per mettere in risalto che certi ruoli nel nostro settore possono essere ricoperti anche da donne o persone che si identificano in generi sottorappresentati. Sembra una banalità, ma non lo è affatto. A tal proposito, tornando all’aspetto economico, se si tratta di un’azienda, il vero impegno si vede dall’investimento e monitoraggio costante che portano avanti negli anni, a prescindere da sostegni monetari o premialità varie.
Attraverso i vostri numerosi talk sul territorio italiano – come Nella vita mostri, nell’arte geni e idoli, durante la Milano Music Week – avete affrontato spesso il tema della rappresentazione e degli stereotipi. Ad esempio, la composizione diversificata di una giuria può fare la differenza in termini di equità. Quali risultati concreti avete riscontrato nella lotta contro gli stereotipi di genere? Quali progetti o attività che più contribuiscono a ridurre le disparità in questo settore?
EQ: Pensiamo ci sia bisogno di rete, partecipazione e rieducazione del nostro settore. A tal proposito, dallo scorso anno abbiamo lanciato una rete di realtà consorelle affinché si faccia massa critica. Vi rimandiamo all’articolo firmato da oltre 10 collettivi che operano nel settore musicale con un approccio intersezionale. Questo è uno dei risultati concreti che pensiamo siano stati raggiunti. Inoltre, per qualsiasi evento o progetto, siamo convinte che la partecipazione attiva delle persone sottorappresentate sia fondamentale per raggiungere dei risultati. Abbiamo visto che ai Grammy Awards, dove è stata costituita una giuria diversificata per genere, età, background sociale, nel 2025 ha portato a più nomination e vittorie femminili.
La musica ha il potere di riflettere e, in alcuni casi, promuovere un cambiamento culturale e sociale. In che modo testi, composizione e produzione musicale possono contribuire a questo cambiamento? E quale ruolo giocano i media, i programmi televisivi e gli eventi live nella diffusione di consapevolezza – o, al contrario, di bias di genere – verso l’esterno?
EQ: La musica è un volano culturale e, chi la fa, che sia un artista o un professionista del settore che contribuisce a portarla alla luce, è a tutti gli effetti un agente culturale. Questo rappresenta una grande opportunità, ma anche una responsabilità che si può scegliere di accogliere o meno. Per chi scrive canzoni, per chi le canta e si espone, per chi sceglie con chi suonare… Ogni scelta può essere una scelta politica, ovvero una scelta che possa portare a un cambiamento sociale. Questa scelta la stiamo vedendo crescere, non senza difficoltà e contraddizioni, ma siamo lontani ancora da una presa di coscienza collettiva nel settore musicale.
Per quanto riguarda i media, potremmo parlarne per ore. Questi hanno una responsabilità anche più grande, poiché mantengono una narrazione che, ancora troppo spesso, mira a rafforzare quegli stereotipi che vorremmo tanto fossero invece ormai superati. Dalle battute degli speaker (l’elenco è lungo), alle interviste che parlano di flirt, di capelli, di abiti anziché della musica, fino ai talent che, apparentemente neutri in quanto programmi televisivi con una costruzione specifica (autoriale, di regia, di montaggio), sono invece “portatori sani” di molti bias. La gravità è proprio questa: non siamo sufficientemente allenati a riconoscere una narrazione univoca, che fa passare quindi un messaggio reazionario in maniera subdola, che spesso non riusciamo immediatamente a individuare come qualcosa da destrutturare. Invece, i media potrebbero fare molto, perché restano un fattore importante nella costruzione delle opinioni e si rivolgono proprio a quel gruppo sociale che ad oggi detiene il potere nella maggior parte delle situazioni.
L’industria musicale ha storicamente isolato figure femminili trasformandole da artiste a oggetti di morbosa attenzione o silenzioso abbandono. Dalle censure alla solitudine sistemica di molte artiste, emerge una cultura che premia la docilità e punisce ed esclude la complessità?
EQ: L’arte è sempre stata specchio e testimonianza della società e del momento storico; i cantanti “spettinati”, ad esempio, andavano di pari passo con le rivoluzioni politiche e sociali della società e del costume negli anni ‘70. Anche come la discografia ha trattato le artiste, le cantanti, è stato specchio, spesso, della condizione della donna nella vita di tutti i giorni e di quello che la “cultura” del momento voleva che le donne fossero e rappresentassero. Nel passato abbiamo visto cantanti donne che hanno fatto il salto di carriera solo quando hanno cambiato look, quando sono dimagrite, quando hanno iniziato ad ammiccare, rispondendo a un canone estetico in voga in quel momento. Altre si sono rifiutate di assecondarlo e a volte sono state allontanate, messe da parte. Ai cantanti uomini non è stato richiesto tutto ciò: a loro è stato “concesso” di essere brutti, di essere anche antipatici e, anzi, ciò favoriva quasi un fascino e un alone di persona complessa e profonda.
Ma la società fortunatamente cambia e non solo oggi non si accettano più con leggerezza e favore canzoni che parlano delle donne in un determinato modo (ora canzoni come “Bella stronza” o “Ti pretendo” genererebbero almeno un dibattito come sta appunto accadendo per alcuni testi trap), ma le donne sono più consapevoli di se stesse e del loro valore, hanno preso in mano la loro vita molto più che nel passato e non accettano più di rinunciare ai loro diritti e questo, ancora una volta, si riversa anche nella musica: si sta iniziando, finalmente, a intravedere (e la scelta di utilizzare intravedere anziché un più positivo e deciso “vedere” è voluta) un maggiore spazio per le cantautrici e a ciò che hanno da dire. C’è un ritornello, stupendo, di una canzone di una cantautrice che finalmente in questo periodo sta raccogliendo gli ascolti e il riconoscimento che si meritava già da tanti anni, La Niña:
‘Sta femmena ‘e niente mò vo’ tutt’ cos’
Mò vo’ tutt’ cos’
E ten’ n’arraggia ca’ nunn’ arreposa
Ca’ nunn’ arreposa
Ha dato la vita e ce l’hanno luata ‘nu milion’ ‘e vote
Vestuta ‘a puttana e vestuta da sposa
Le donne bistrattate, emarginate, discriminate, le donne che altri (uomini) volevano puttane o spose, ora “vogliono tutto” e la loro rabbia per tutto quello che hanno subito è il loro motore. La Niña, BigMama, Giulia Mei, Anna Castiglia, Lina Simons, Epoque, Francamente, TheyCallMeAdriana, Giorgieness, per citarne alcune, propongono un’altra voce alle donne e ai loro diritti. È stato stupendo, al Primo Maggio di Roma di quest’anno, sentire alzarsi dal pubblico grida di approvazione quando Giulia Mei ha cantato i versi:
Fare l’amore
girare un porno
Cambiare letto pure ogni giorno
E di morire come mi pare
Non massacrata da un criminale.
L’arte è influenzata dalla realtà dicevamo, ma speriamo che possa verificarsi anche il contrario e che questa bella nuova musica impegnata, con la sua meravigliosa capacità di entrare nelle vite, possa essere da esempio e aiutare nel raggiungimento di nuove consapevolezze ed empowerment.
Nel vostro report Violenza e molestie contro le lavoratrici della musica, emerge che la violenza psicologica è una delle forme più diffuse nel settore musicale, spesso agita da figure gerarchicamente superiori, e non solo da uomini. Quali strumenti normativi o culturali sarebbero oggi necessari per decostruire queste dinamiche? Cosa serve, secondo voi, per creare ambienti di lavoro realmente rispettosi, sicuri ed equi, in cui non si garantisca solo la presenza, ma anche la dignità e la sicurezza delle donne e delle soggettività sottorappresentate?
EQ: La cura, se così la vogliamo chiamare, per le discriminazioni tutte, non solo di genere, è sempre stata e sarà l’educazione. Un’educazione impartita fin dall’infanzia, sia in famiglia, che nelle scuole, al rispetto dell’Altro (che sia “diverso”, intenso come differente da te o uguale empiricamente) porterà ad adulti consapevoli e più facilmente estranei a ogni tipo di violenza. Bambini cresciuti senza stereotipi, come – per fare un esempio apparentemente semplice, ma in realtà complesso – non dire a un bambino “non piangere, è da femminuccia” – porterà ad un adulto conscio che una donna non è un essere inferiore, debole, e sarà meno uso a reputare normale sminuirla (e lo renderà anche libero di esprimere le proprie emozioni e non schiavo di una sedicente virilità). Bambini, maschi e femmine, non assuefatti a comportamenti patriarcali porteranno a una società più equa, liberandosi da bias che li portano a perpetrare e accettare comportamenti ingiusti. Al di là di questo, negli ambienti di lavoro si può agire sicuramente su più fronti: da parte delle istituzioni si dovrebbe lavorare ancora di più per impedire il pay gap e per favorire eque possibilità di carriera; si possono aumentare – e qui c’è un grande lavoro da fare – le politiche per il sostegno al lavoro, come ad esempio più asili nido, più assistenza, più lavoro flessibile e, finalmente, un vero e proprio congedo paternità che non sia di soli 10 giorni come è attualmente.
Su questo punto fa sorridere che il sito dell’Inps, come spiegazione della dicitura “Congedo di paternità” dia questa definizione “È un congedo obbligatorio di dieci giorni (art. 27-bis, T.U. maternità/paternità, d.lgs. 151/2001) finalizzato a una più equa ripartizione della responsabilità genitoriale e a un’instaurazione precoce del legame tra padre e figlio”. È assurdo che si possa pensare che una “equa ripartizione della responsabilità genitoriale” possa essere agita e soddisfatta in 10 giorni. Per declinare il discorso strettamente sulla musica, sono tante le storie di musiciste che hanno avuto uno stop praticamente definitivo alla loro carriera quando sono diventate madri, per l’impossibilità di portare il figlio in tour o di poterlo lasciare. E, allargando il discorso, abbiamo raccolto tante testimonianze di musiciste che, a causa del covid, hanno dovuto interrompere la loro carriera perché hanno avuto bisogno di supplire a bisogni di assistenza a familiari. Per quanto riguarda gli ambienti di lavoro possono sicuramente essere utili dei workshop sulla parità di genere, che includano anche, ad esempio, sezioni sull’utilizzo del linguaggio, anche per delineare con chiarezza che alcune battute e gesti derubricati come “goliardate” o “scherzi”, sono vere e proprie molestie, discriminazioni e violenze verbali e psicologiche.
Articolo di Ludovica Fionda e Federica Salvatore
Il progetto di EquAll Menomanels è supportato da Semia Fondo delle Donne
